Quale approccio consente risultati migliori in giardino?
Mi sono chiesto molte volte se fosse giusto privilegiare una certa pianta a scapito del vigore e della migliore capacità di adattamento di un’altra, solo perché quest’ultima non mi piacesse, oppure fosse cresciuta in un momento non opportuno.
L’esempio più classico è quello delle cosiddette infestanti, che purtroppo per loro, in questo momento storico, in questo emisfero e con i nostri obiettivi colturali, sono viste come indesiderate; motivo per il quale sono oggetto di una vera e propria ostilità da parte nostra che le combattiamo letteralmente coi metodi più disparati: erpici, trattamenti chimici, fasi lunari, antagonisti biologici, avversità agronomiche, e chi più ne ha più ne metta. Ecco, queste piante, poiché non apprezzate, vengono sistematicamente eliminate per lasciare posto a quelle che a nostro giudizio sono invece degne di un posto al sole e nel nostro cuore di Giardinieri sensibili (in questo caso, questa definizione mi suona un po’ paradossale, ma tant’è).
Questo incipit mi è servito per introdurre una riflessione più ampia sulle nostre scelte colturali, o meglio su ciò che muove le nostre scelte.
Tecnicamente una società organizzata sviluppa un’etica che definisce le abitudini comportamentali della stessa, definisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, affidando poi a un codice di leggi il compito di farlo rispettare.
L’etica, quindi, guida il nostro modo di porci nei confronti di ciò o di chi ci circonda, anche del Giardino e di chi lo abita.
Per questo ho individuato due macro-pensieri etici, riassunti nell’educazione siberiana – più cruda, severa e meno tollerante – e nel metodo Montessori, più dolce, volto all’indipendenza, all’attesa e all’osservazione delle abitudini, che possono dirsi metodi colturali agli antipodi, per cercare di capire se e quale delle due sarebbe più opportuno adottare quando progettiamo e lavoriamo in Giardino.
Se volessimo sposare i principi morali dell’educazione siberiana, ad esempio, lasceremmo che un dato terreno o suolo esprimesse il proprio potenziale, qualora ne avesse, senza modificarlo agronomicamente, e lasceremmo che le piante germogliate sullo stesso crescessero secondo le proprie capacità, maturando una resilienza alle avversità che potrebbero presentarsi. Questo tipo di pensiero accetterebbe senza opporsi che in natura esistono competizione, morte, scarsità, abbondanza, predazione e discendenza.
Lavorerebbe per dare vita ad un giardino che potesse sopravvivere anche in assenza del Giardiniere, dove non ci sarebbe spazio per le infestanti, rimosse senza remore, poiché sarebbe una disciplinata coltivazione a garantire che il terreno e la pianta in futuro tramandassero: fiori, frutti, semi e in ultimo, discendenza e memoria esperienziale oltre che genomica
Una mentalità pratica, fatta di osservazione, tradizione e capacità.
Un approccio montessoriano, d’altro canto, parte da presupposti quali la miglioria del letto di semina, cioè la preparazione di un dato contesto nel migliore dei modi, affinché poi chi vi si dovesse insediare trovasse le migliori risorse ed opportunità per crescere adeguatamente.
Un Giardiniere con questa ispirazione farebbe dell’osservazione un pilastro, assecondando la natura che dovrebbe vegetare ordinata tramite l’ausilio di strumenti efficaci, calibrati ed ergonomici, con cura e interventi mirati quotidiani per ottenere infine una autonomia delle piante.
Ho volutamente forzato questa antitesi tra filosofie colturali per generare anche in voi dubbi o certezze in merito ai nostri metodi di approccio al giardino: più maieutico ovvero mettere le piante del Giardino nelle condizioni di esprimersi al meglio, ma lasciando che siano loro a fare il lavoro e non sostituendosi ad esse, oppure, prestando attenzione ad ogni particolare, diserbando attentamente il colletto di ogni pianta, gestendo ogni attacco di parassiti e avendo cura che acqua e fertilizzante non manchino mai?
Sono due modi di interpretare il giardino e la vita, che sottendono verità, probabilmente innegabili, sia positive che negative.
Ad esempio, coltivare con attenzione certosina le prose dell’orto, defogliare e selezionare i frutti dei meli se in numero eccessivo, tenere le piante costantemente trattate con fitofarmaci, con molta probabilità consentirà di ottenere un giardino esemplare dal punto di vista estetico, con pochi frutti coloriti e di grandi dimensioni, piante sane e mediamente più alte del normale, di contro però, la vita in giardino sarà pressoché nulla a causa dei continui trattamenti, la frutta non sarà certo quella di una coltivazione biologica, le perenni avranno internodi ampissimi e vegetazione molle, poco resiliente agli agenti atmosferici ed in ultima istanza, completamente dipendente dall’ intervento umano, pressoché quotidiano.
Chi invece tende a lasciare fare madre natura, camminerà tra spighe, foglie difformi e variopinte, bagnandosi le scarpe di rugiada costantemente, le sue verdure saranno preda di limacce e le sue mele cosparse di ticchiolatura, il kiwi avrà l’aspetto di un Kraken dei mari del nord intento ad affondare una flotta di navi vichinghe piuttosto che quello di un contenuto pergolato di prelibati frutti dicembrini, ma la soddisfazione di assaporare una mela renetta organica, una delle poche rimaste, vi ripagherebbe di tutto questo trambusto botanico?
Ed ora che abbiamo sviscerato due metodi, due filosofie, cari Amici Giardinieri, a voi chiedo:
Quanta decadenza stagionale sareste disposti a tollerare in nome della vostra etica di giardinieri?
Interveniamo con misura, se strettamente necessario e pianifichiamo a priori quali sono i limiti che siamo disposti ad accettare, ad esempio, se la nostra Photinia frasererii viene attaccata dal mal bianco, forse, forse potremmo provare a tollerare il fungo e lasciargli avvizzire le foglioline rosse e tenere della pianta, che tanto, noi Giardinieri sensibili lo sappiamo, passato il fortunale tornerà presto il sereno e il mal bianco non troverà più le condizioni adatte alla sua proliferazione e la Photinia riemetterà nuova vegetazione, con buona pace del fungo parassita.
Portiamo pazienza se a luglio e agosto le erbacee perenni appaiono stanche, poiché lo sono!! Anche noi subiamo le temperature altissime raggiunte in questi anni, con la differenza che non patiamo la sete e quando il caldo si fa insopportabile ci possiamo spostare all’ombra se non al fresco di un condizionatore.
Affrontare le avversità con ponderatezza, competenza, esperienza, offrendo il fianco al vento piegandoci sotto la sua spinta per non farci divellere è, a mio avviso, saggio, dimostrando adattamento, come nei milioni di anni hanno saputo fare le nostre amate piante per sopravvivere e perpetuarsi fino a noi.
Fare il più possibile con e il meno possibile contro le energie del luogo. Gilles Clément — Il giardino in movimento

