L’apporto enorme di Nigel Dunnett sul paesaggismo moderno (e sul mio lavoro).
Il 26 aprile 2026 è una data triste per tutti coloro che amano l’architettura del paesaggio e tutte le implicazioni che il New perennial movement ha definito e poi, nel tempo, sviluppato, regalandoci un nuovo, ed a mio avviso, più saggio, modo di guardare ai nostri paesaggi costruiti, sia in ambito pubblico urbano che in quelli più raccolti, intimi e privati.
Infatti, quel giorno è venuto a mancare uno dei pilastri di questo movimento di Maestri del paesaggio, che con la loro ricerca, le loro conoscenze e sensibilità hanno dato gli strumenti a moltissimi Giardinieri sensibili, per riprogettare il loro modo di pensare al verde, quasi come se ci avessero dotato di una nuova tavolozza alla quale attingere per pennellare, come mai prima, scorci, praterie, rain garden, tetti verdi o parchi di residenze di campagna esclusive.
Nello specifico, il Prof. Dunnett, ecologo come formazione didattica, ha sviluppato nel corso degli anni, presso l’università di Sheffield, un pensiero ben definito, dove traeva ispirazione dalla natura e dai suoi accostamenti, mai banali e sempre armonici, senza imitarla pedissequamente, bensì utilizzando le comunità vegetali per dare vita a spazi verdi urbani dove l’ecologia fosse protagonista dei processi biologici delle sue realizzazioni.
Ha sdoganato su grande scala il fatto che la natura è bella perché è mutevole, perché i suoi pattern si alternano con il mutare delle condizioni climatiche e quindi il decadimento estetico biologico viene accettato e promosso perché parte di un processo di auto-semina spontanea, dove le texture variano con l’incedere delle stagioni, perché è normale che sia così.
Il verde non come decorazione bensì come infrastruttura urbana, che apporta benefici tangibili per la popolazione che lo vive quotidianamente: mitigazione delle isole di calore, aumento della biodiversità, benessere psicofisico, risparmio idrico ed economico dato dalla ridotta manutenzione, miglioramento nella gestione delle acque di superficie.
La manutenzione della vegetazione nelle sue realizzazioni non è annullata, ma mitigata, e va gestita da personale guidato e competente, che sappia valorizzare le composizioni, ed abbia una buona gestione ecologica delle comunità vegetali che richiederanno meno acqua, meno sostituzioni, meno potature, e più resilienza ecologica.
Mi ha mostrato come l’impiego di cippato steso alla base delle aiuole di perenni sia un vero booster per biodiversità e sviluppo delle piante, che la costruzione di “muretti” composti da tronchi tagliati e impilati a forma di duna possa diventare un bug hotel principesco per moltitudini di farfalle, coleotteri, falene, lucertole, ricci, coccinelle, passerotti, scoiattoli…
“…mentre una cliente, non molto tempo fa, liquidava il cippato di legno ai piedi delle sue Ortensie quercifoglia come materiale da stalla, aggiungendo persino che vedere il terreno scoperto alla base delle piante le desse un’impressione di trascuratezza e poca cura. Questione di punti di vista…”
Col suo lavoro Grey to green ha cambiato il volto della città di Sheffield, ma ancor di più, ha mutato il modo nel quale gli abitanti vivono ed apprezzano le infrastrutture verdi inserite nel tessuto urbano.
La sua eredità, quindi, non si limita ai magnifici Giardini che ha realizzato e che vi consiglio caldamente di visitare di persona se potete, oppure ai suoi libri o alle tantissime fotografie presenti on line, ma anche, e soprattutto, per avermi dato una nuova prospettiva sul verde urbano, sui giardini a matrice e le loro comunità vegetali.
Libri “Must read”
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Opere iconiche:
Da anni applico questi principi nei giardini che progetto e curo in Val d’Ossola: il cippato che la cliente trovava grezzo è lo stesso che oggi protegge le radici di moltissime delle piante nei Giardini che abbiamo realizzato e che ospitano dozzine di specie di impollinatori.
Ci ho messo del tempo a spiegarlo. Ora lo mostro con molta soddisfazione…
I am a plantsman
Nigel Dunnett

